Bravo Panebianco (con un ma)

L’intervista concessa al Mattino da Antonio Esposito, presidente della sezione feriale della corte di Cassazione che ha condannato Silvio Berlusconi, rappresenta un inaudito atto di arroganza. Spetterà ad altri valutare le conseguenze giudiziarie, ma è evidente la volontà di celebrare il trionfo del “potere” giudiziario sulla politica, anche anticipando motivazioni peraltro contraddittorie di una sentenza che assume sempre di più il carattere di un pronunciamento politico. Lo squilibrio tra potere politico e “potenza” giudiziaria, ricordato magistralmente da Angelo Panebianco nell’articolo di fondo del Corriere della sera di ieri, non avrebbe potuto esprimersi in maniera più plastica (e preoccupante).
12 AGO 20
Immagine di Bravo Panebianco (con un ma)
L’intervista concessa al Mattino da Antonio Esposito, presidente della sezione feriale della corte di Cassazione che ha condannato Silvio Berlusconi, rappresenta un inaudito atto di arroganza. Spetterà ad altri valutare le conseguenze giudiziarie, ma è evidente la volontà di celebrare il trionfo del “potere” giudiziario sulla politica, anche anticipando motivazioni peraltro contraddittorie di una sentenza che assume sempre di più il carattere di un pronunciamento politico. Lo squilibrio tra potere politico e “potenza” giudiziaria, ricordato magistralmente da Angelo Panebianco nell’articolo di fondo del Corriere della sera di ieri, non avrebbe potuto esprimersi in maniera più plastica (e preoccupante). La “potenza” giudiziaria, costruita sulla convergenza tra interessi corporativi della casta più potente e intoccabile e volontà faziosa dei settori politicizzati ha impedito e impedirà ogni riforma che modifichi questo squilibrio. Panebianco spiega che in questo modo è resa impossibile una riforma organica della giustizia, ma purtroppo è assai ardua anche la strada di un preventivo rafforzamento della politica attraverso riforme dell’assetto istituzionale.
La campagna, formalmente tesa a difendere l’intangibilità della Costituzione, condotta dal movimento giustizialista di complemento guidato da Gustavo Zagrebelsky, ha lo scopo di evitare la stabilizzazione del sistema politico, l’affermazione di una democrazia dell’alternanza, basta sul reciproco riconoscimento politico, che viene visto come il fumo negli occhi da chi pretende di esercitare una sorta di diritto di concessione o di negazione della “legittimità” dall’alto di una cattedra moralistica autoreferenziale. La strada per il recupero di un equilibrio tra i poteri sarà ancora lunga e disseminata di ostacoli: da quando, con il fallimento del compromesso storico e l’assassinio politico di Aldo Moro, si è rotto il sistema della Prima Repubblica, i vari tentativi di realizzare una riforma istituzionale, da quelli di Bettino Craxi, di Francesco Cossiga, di Mario Segni, di Umberto Bossi e infine di Silvio Berlusconi, si sono scontrati (oltre che sulle debolezze intrinseche spesso presenti nelle proposte) con un muro di gomma impenetrabile, dietro il quale cresceva lo squilibrio tra impotenza politica e strapotenza della magistratura.
L’eterna transizione verso quella che Moro chiamava la “terza fase” della vita repubblicana, cioè verso una democrazia dell’alternanza fisiologica, non si è ancora realizzata, e chi si è spinto più avanti nella sua costruzione, appunto Berlusconi oggi e Craxi ieri, paga il prezzo più pesante, seppure in forme ovviamente diverse, alla primazia giustizialista. Tuttavia l’esigenza di un rinnovamento istituzionale che dia concreta attuazione alla sovranità popolare è talmente forte che, in un modo o nell’altro, continuerà a riproporsi finché non riuscirà a sfondare il muro del conservatorismo parruccone e moralistico. Per questa ragione si può avere fiducia, anche in una fase in cui il giustizialismo celebra un po’ sguaiatamente il suo ennesimo trionfo sulla democrazia, sulla permanenza di un movimento di rinnovamento destinato, magari attraverso delusioni e sconfitte, ad avere la meglio.